Val Grande Sede: Villa Biraghi, Piazza Pretorio, 6 - 28805 Vogogna (VB)
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Il Parco Nazionale della Val Grande interessa il territorio di 13 comuni e tutela una delle aree a maggiore naturalità di tutto l’arco alpino, contraddistinta da un bassissimo livello di urbanizzazione e priva di grandi infrastrutture. La presenza di incisioni rupestri e l’individuazione di siti archeologici ha permesso di avanzare ipotesi sull’inizio della frequentazione della montagna già a partire dalla fase di transizione tra Neolitico / Eneolitico (6000-2500 a.C.) e l’età del Bronzo (2500-1200 a.C.).

In questo periodo si inquadra uno stanziamento stabile, concentrato soprattutto su terrazzamenti naturali a ridosso di specchi d’acqua (come Mergozzo, Feriolo e Suna) o sui rilievi scoscesi in prossimità di laghi (a Bieno alla fine dell’800, in occasione dei lavori per l’istallazione di un metanodotto, e ancora nel 1992 durante lavori di manutenzione allo stesso, sono stati rinvenuti materiali riconducibili probabilmente ad un villaggio antico, forse originatosi nel Neolitico). Nello stesso periodo in alta quota sono presenti insediamenti a carattere temporaneo, data la natura impervia del luogo, nati con il semplice scopo di ricercare risorse (minerali e metalli), di intraprendere un’attività armentizia nel periodo estivo o ancora di attraversare i valichi per ragioni commerciali.

Al passaggio nell’età del Ferro i territori intorno al Lago Maggiore – quasi sempre aree di fondo- valle o in prossimità dei laghi – sono popolati da nuove etnie, portatrici della Cultura di Golasecca che si sviluppa attorno agli attuali abitati di Sesto Calende, Castelletto Ticino e al centro eponimo di Golasecca.
Il territorio verbanese e ossolano, sempre a partire dal IV secolo a.C., è interessato da profondi cambiamenti legati all’arrivo di popolazioni galliche transalpine, che si stabiliscono in queste terre mescolandosi con gli autoctoni. Nascono nuovi insediamenti, cambiano i modi di vita e i costumi funerari: prevale il rito dell’inumazione entro fosse delimitate da lastroni di pietra, come si osserva sia nelle necropoli pedemontane di Ornavasso e Gravellona, che nelle aree montane di Toceno.

La conquista romana delle Alpi in area leponzia avvia un processo stabile di antropizzazione delle montagne. La porzione settentrionale del Parco vive un vero e proprio fiorire di centri abitati, identificati come vici romani, quali Druogno, Santa Maria Maggiore, Toceno, Vocogno, Craveggia, Malesco, Folsogno di Re e l’angusta valle Cannobina, quest’ultima per il suo collegamento con la vicina Valle Vigezzo. La conquista romana porta elementi di novità: la comparsa di nuove forme ceramiche e di nuovi materiali, l’abbandono della lingua ed onomastica leponzia in favore della lingua latina e dell’onomastica romana, come testimonia un’epigrafe funeraria con onomastica mista romana e leponzia murata nella chiesa parrocchiale di Bieno. L’incipiente romanizzazione permette inoltre lo sviluppo delle infrastrutture stradali, come conferma un’iscrizione incisa su roccia a Vogogna che si riferisce ai lavori di sistemazione della via romana dell’Ossola nell’anno 196 d.C., asse viario importante diretto ai passi alpini e proveniente da Mediolanum e Novaria. I numerosi reperti rinvenuti in questi territori valgrandini hanno permesso inoltre di ricostruire, in un arco cronologico molto esteso, l’esistenza di una struttura economica basata sullo sfruttamento del legname (asce preistoriche e accette romane), sull’attività estrattiva delle risorse lapidee (picconi in ferro e manufatti in pietra ollare); sull’agricoltura, sull’allevamento, sulla caccia e sulla pesca (pesi per reti da pesca). Ulteriori indicazioni sui prodotti propri dell’area alpina ci vengono dagli stessi autori antichi, Strabone e Plinio il Vecchio, che citano formaggi, lane e pellami, resina, pece, miele e cera.

Durante l’alto medioevo, grazie alla poca rilevanza che ricopre il passo del Sempione – sebbene sia meta di transito da parte di mercanti lombardi, piemontesi e vallesani – il territorio della Val Grande sembra scampare alle invasioni barbariche. Un documento dei primi anni dell’XI secolo descrive queste terre come selve incolte e definisce la stessa valle “Valdo”, ossia foresta. Qui si rifugiano pastori all’interno delle caratteristiche balme, ripari sotto roccia di antica discendenza preistorica. Nei secolo tra il X e il XII il paesaggio vallivo, complice il clima mite, inizia a registrare un lento processo di sviluppo, a seguito del quale le selve e le terre selvagge, a causa del progressivo disboscamento, diventano terreno di pascolo (come la Valle Nembro). Iniziano a sorgere alpeggi estivi e maggenghi primaverili ed autunnali, spesso contesi tra le varie comunità. In questo periodo si afferma, insieme ad un’arte povera fatta di umili abitazioni e di mulattiere selciate, anche una fiorente arte romanica, come testimoniato dalle chiese di San Bartolomeo a Villadossola, di Sant’Abbondio a Masera e di Santa Maria a Trontano, risultato della maestria artigianale dei ‘picasàss’, gli scalpellini ossolani dai calzari chiodati famosi in tutta Italia. A loro si attribuisce l’intensa attività di estrazione delle cave di Candoglia, all’ingresso del Parco, che fornirono parte del marmo utilizzato per il rivestimento del Duomo di Milano. Nel XIII secolo l’alto Verbano e l’Ossola, contese tra i vescovi di Milano e Novara, assurgono al rango di liberi Comuni e nel 1387 diventano possedimenti della famiglia Visconti.

Nel tardo Cinquecento i Borromeo trasformano in feudo l’intera zona, che rimarrà tale fino al 1749 quando, con il trattato di Worms, l’Ossola e la Val Grande entrano nei domini di Casa Savoia. Durante la seconda guerra mondiale la Val Grande, per la stessa natura selvaggia dei suoi luoghi, ricopre un ruolo nevralgico negli scontri tra la Wehrmacht e i partigiani rifugiati qui (nel giugno del 1944 si assiste ad un brutale rastrellamento perpetrato dall’esercito tedesco e all’esecuzioni di massa di Pogallo, Fondotoce e Bèura).
Nel dopoguerra si verifica un progressivo abbandono della valle che ha avviato una dinamica di profonda rinaturalizzazione del territorio: il bosco riconquista i suoi spazi e inghiotte mulattiere, alpeggi e altri segni della presenza dell’uomo.

I confini del Parco

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Tipo post
Bene culturale
Parco nazionale