Monti Sibillini Sede: Piazza del Forno, 1 - 62039 Visso (MC)
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Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini tutela un territorio di circa 70.000 ha, a cavallo tra le Marche e l’Umbria, in cui si alternano emergenze naturalistiche e straordinarie bellezze paesaggistiche e storico architettoniche, evidenza di una frequentazione da parte dell’uomo antichissima e capace di non alterare gli equilibri dei luoghi ma, anzi, di arricchirne il fascino con i segni della propria presenza.

La testimonianza di un’antropizzazione stabile in questa area è fornita da ritrovamenti di superfici, quali raschiatoi, schegge abbozzate, punte di selce e lame, riferibili già al Paleolitico Medio. Il Paleolitico inferiore è documentato invece dal rinvenimento di amigdale rozzamente scheggiate riconducibili ad un’industria litica (da Campo dell’ara di Sigliano, a nord del Parco) e di un ciottolo raffigurante una figura femminile nuda con testa di cane (Cesolone, nel Tolentino).

L’Età del Bronzo vede svilupparsi la civiltà Appenninica, che lascia traccia lungo tutto il territorio dei Monti Sibillini. Esempi sono i ritrovamenti di Pievetorina – in cui sono state rinvenute anse lunate, punte di freccia e ceramica – e di Monte Primo di Pioraco, da cui viene il noto ripostiglio di manufatti in bronzo scoperto nel 1882 all’interno di una piccola grotta.
A partire dall’età del Ferro i ritrovamenti più cospicui sono da assegnarsi ad una nuova facies culturale: la civiltà picena, originaria o proveniente dalla Balcania. In quest’epoca si assiste ad una strutturazione sociale declinata in gruppi aristocratici dediti ad agricoltura e pastorizia, che amplia la propria economia imponendo pedaggi sui commerci che attraversano punti obbligati fra Tirreno e Adriatico. Le necropoli della fase orientalizzante (VII sec. – inizi del VI sec. a.C) infatti si distribuiscono nella fascia territoriale interna, in prossimità dei valichi appenninici come ad esempio Tolentino.
Se i territori interni della Sabina intessono rapporti culturali sempre più stretti con l’area picena – come documentato in particolare a Norcia e Cascia – elementi di tradizione umbra si rintracciano invece in ambito cultuale, come comprovato dalle stipe di Appennino con i suoi bronzi stereometrici a figura umana. Nel territorio di Visso si attesta anche la presenza etrusca, rintracciabile ad esempio nel toponimo Rasenna.
A partire dalla fine del IV secolo a.C. la regione è progressivamente interessata dalle mire espansionistiche dei Romani, che la occupano prima sconfiggendo nella battaglia di Sentino (295 a.C.) i Galli Senoni, poi sottomettendo nel 290 a.C. i Praetutii, stanziati nell’ager Praetuttianus (nei pressi dell’odierna Teramo). Questa mutata situazione rende difficoltosa la convivenza tra Romani e Piceni e porta quest’ultimi a insorgere. La conseguenza è che una parte del territorio è annesso a quello romano e agli abitanti viene concessa una cittadinanza sine suffragio, un’altra è confiscata e gli abitanti deportati nella zona tra Campania e Lucania sul golfo di Salerno.
Più tardi, durante la guerra sociale, i Piceni riprendono ancora una volta le armi contro Roma ma il loro territorio viene presto occupato dalle truppe di Cesare e successivamente assegnato ai veterani. Tracce di centuariazione sono presenti lungo la Catena dei Sibillini, cosi come testimonianze romane in tutto il territorio del Parco, prova che in questo periodo si assiste ad una profonda riorganizzazione del territorio, ad un incremento della rete viaria e alla fondazione di alcune città importanti, quali Urbs Salvia e Tolentium. Con l’ordinamento regionale augusteo l’area rientra nella Regio V Picenum e i comuni italici conservano la loro autonomia.
Dopo la crisi dell’Impero, prima le invasioni di Alarico e in seguito la guerra Greco-gotica distruggono le città e falcidiano gli abitanti, costringendo i superstiti a riparare sulle colline, dando vita a piccoli centri. Con la dominazione Longobarda si assiste ad un frazionamento della zona, che fa capo alle numerose figure monastiche e clericali diffuse sul territorio, rappresentanti di quel fenomeno definito come monachesimo che vede la fondazione di monasteri dal Foglio al Tronto, spesso a distanza di un giorno di cammino l’uno dall’altro.
A partire dal X secolo, con gli Ottoni, appare per la prima volta la denominazione Marca, utilizzata per identificare la zona di confine dell’Impero (esempio Marca di Camerino, Marca di Fermo). Progressivamente, nel corso del XII secolo, vengono a istituirsi i liberi Comuni e anche le cosiddette “Comunanze”, comunità rurali che sfruttano il territorio organizzandolo in ampie proprietà indivisibili ed inalienabili, su cui esercitano il diritto di semina, pascolo e legnatico. Questo ha permesso che nei secoli si preservassero dallo sfruttamento zone boschive e di pascolo.
Tutto il territorio del Parco è caratterizzato dalla diffusa presenza di centri d’origine medioevale, spesso situati in posizione strategica rispetto alle principali vie di comunicazione. È proprio in quel periodo che si organizzano questi nuclei abitati, con mura fortificate e porte d’accesso che si distribuiscono attorno alla piazza, alla chiesa, al palazzo nobiliare. Ancora oggi questi centri, alcuni dei quali inclusi tra i borghi più belli d’Italia – mantengono la struttura originaria e conservano emergenze di notevole interesse storico e architettonico.
Durante la breve parentesi napoleonica, anche in queste terre si diffondono idee illuministiche e liberali. L’Imperatore francese, dopo il trattato di Tolentino firmato con il Papa Pio VI, ottiene il diritto di occupare Ancona e di proclamare la Repubblica Romana, assorbendo anche Fano, Senigallia e Ascoli. Tale esperienza avrà però vita breve e tutta l’area nel 1816 torna nuovamente sotto il controllo della Chiesa.
Nel 1860, con la battaglia di Castelfidardo, la zona è occupata dalle truppe piemontesi e annessa definitivamente al Regno d’Italia.

I confini del Parco

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Tipo post
Bene culturale
Parco nazionale