Gran Sasso e Monti della Laga Sede: via Del Convento, 1 - 67010 Assergi (AQ)
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La presenza dell’uomo all’interno del territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga è accertata a partire dal Paleolitico superiore. La conferma viene dal rinvenimento di strumenti litici a Campo Imperatore (località Fonte della Macina) e nella famosa Grotta a Male di Assergi.

Relativamente al periodo Neolitico (VI-IV millennio a.C.) sono scarse le testimonianze di frequentazione di queste montagne. È l’età del Rame (IV-III millennio a.C.) che invece registra un utilizzo crescente delle aree del Parco, non solo come terre da pascolo e da caccia ma anche come luoghi di sepoltura: lo dimostra il rinvenimento di una necropoli presso Assergi, all’interno di una cava di ghiaia.

Durante l’età del Bronzo, nella fase mediana (1700-1350 a.C.), si assiste ad un cambiamento più profondo. Gli insediamenti salgono progressivamente di quota, prediligendo le alture alle zone di fondovalle o di pianura occupate in precedenza.
Con l’età del Ferro (I millennio a.C.) si registra un aumento dei centri abitati in zone prominenti, caratterizzati da fortificazioni e fossati che cingono l’abitato, e inizia a svilupparsi una rete di strade in grado di mettere in comunicazione gli insediamenti con le rispettive aree funerarie a quota più bassa. A partire dal VI secolo a.C. il territorio è occupato dai Sabelli, che si distingueranno successivamente in Sabini, compresi nella zona nord-occcidentale, e in Vestini, insediati nella media e bassa valle dell’Aterno. Le mire espansionistiche di Roma non si fanno attendere e nel 290 a.C. M. Curio Dentato conquista il sabino Amiternum e gran parte del territorio vestino. La conquista romana non porta però ad una vera e propria urbanizzazione, tanto che la popolazione continua a vivere nei precedenti abitati e l’assetto urbanistico risulta ancora episodico: l’area è caratterizzata da vici, disposti in luoghi di facile raggiungimento, e oppida, lungo le pendici montane o in pianura.

È solo nella tarda Repubblica – a seguito della Guerra Sociale (91-89 a.C.) – e all’inizio dell’Impero che si assiste al sorgere dei municipia, anche se la loro presenza non modifica sostanzialmente l’assetto insediativo. Infatti si tratta in larga misura di strutture pubbliche e religiose, destinate ad abitanti che continuano a risiedere nei villaggi primitivi; una sorta quindi di “città senza abitanti” (esempi sono Amiternum e Forum Novum). In questa fase si incrementa il sistema stradale, che oltre a includere le direttrici principali può contare anche sulla rete tratturale e su un esteso dedalo di percorsi minori e ad uso locale, retaggio del periodo preromano. Tra le arterie principali si annoverano la via Caecilia, che attraversa i territori del Parco da sud a nord, e la via Claudia Nova, che costeggia a sud il Parco. I territori, compresi nella Regio IV augustea, in età dioclezianea entrano a far parte della provincia di Flaminia et Picenum, per poi appartenere alla fine del IV sec. d.C. alla provincia Valeria.

Nel periodo tardo antico si assiste ad una destrutturazione degli abitati, cui segue un lento abbandono, che però non porta mai alla cancellazione completa degli stessi ma piuttosto ad un loro ridimensionamento.
Durante l’Età Medievale, a seguito del dominio longobardo e della prima età carolingia, si registrano profondi cambiamenti che vedono lo stabilirsi sul territorio di insediamenti a carattere sparso, come confermato dalla presenza capillarmente diffusa di edifici di culto di proprietà monastica, documentati a partire dall’VIII secolo. Se i dati a disposizione non permettono di definire i territori delle diocesi o di eventuali gastaldati, di contro la documentazione
tra fine VIII e metà IX secolo fa emergere l’importante ruolo di città come Amiterno e Civitas Marsicana (attuale San Benedetto dei Marsi), circondate da proprietà di famiglie longobarde e terre fiscali. In questo periodo si assiste anche ad un ulteriore sviluppo del tessuto viario che, oltre ad utilizzare le precedenti arterie romane, include una rete di strade che fa da confine alle varie proprietà delle grandi abbazie e che, in alcuni casi, consente il passaggio di valichi montuosi e valli fluviali. Durante l’età carolingia si distribuiscono ricchezze ai monasteri e alla nobiltà, penalizzando le autorità cittadine e le comunità locali; questo programma di distribuzione delle terre porta a conflitti, come quelli intercorsi tra le comunità rurale dell’attuale valle di Tirino (a quel tempo parte della diocesi di Valva) e la potente abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno.
Con la metà del XII secolo il territorio è assoggettato ai Normanni e contestualmente vengono definiti i confini con i territori della Chiesa; si assiste al processo di fortificazione del territorio, in prevalenza sui versanti montani, ma anche all’ubicazione di villaggi con economia pastorale in aree pedemontane.

Nell’Età moderna tutta la zona continua a conservare un aspetto marginale e di confine, anche a causa dei numerosi cambi di potere determinati dall’alternarsi dei domini angioino, aragonese e borbonico. Durante tutti questi anni si rafforza il ruolo delle città, che si arricchiscono di fortificazioni, chiese, palazzi nobiliari. Il risultato è che ancora oggi questi luoghi sono costellati da borghi di grande fascino e ben conservati, 5 dei quali inseriti tra i Borghi più belli d’Italia (Amatrice, Castel del Monte, Castelli, Civitella del Tronto, Santo Stefano di Sessanio).

I confini del Parco

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Tipo post
Bene culturale
Parco nazionale